Gabriel Knight: Sins of the Fathers

Nei meandri della oscura e multietnica New Orleans, una serie di delitti, misteriosi quanto efferati, sembrano in qualche modo ricondurre al voodoo. La polizia pensa che la magia nera non sia altro che un bluff, uno specchietto per le allodole volto a mascherare una semplice faida fra organizzazioni criminali di rango elevato.
Gabriel Knight, uno squattrinato scrittore di romanzi di dubbia qualità, è anche il proprietario di una piccola libreria gestita dalla acida ma fedele ‘segretaria’ Grace Nakimura. Gli omicidi sembrano uno spunto perfetto per il suo prossimo libro (se mai lo terminerà), quindi avvia un indagine privata per scoprire qualche dettaglio in più, confidando anche nel prezioso ma inconsapevole aiuto di un suo vecchio amico, l’imbolsito detective Mosely.

L’aspetto che eleva “Sins of the Fathers” (Sierra, 1993) al rango di capolavoro è senza dubbio alcuno quello narrativo. Il comparto storico è curato ai massimi livelli e si amalgama alla perfezione con la sceneggiatura, evitando di forzare il giocatore ad assistere a infinite lezioncine di storia ma portandolo per mano lungo l’esplorazione del voodoo. La miscela è ottima e dopo poco ci si ritrova a comprendere facilmente espressioni e modalità dell’oscura religione.
Una sceneggiatura formidabile, con un ottimo crescendo e diversi colpi di scena, e un’atmosfera angosciante e opprimente, fanno da sfondo a dialoghi ottimamente scritti e a un tono generalmente serioso che però non disdegna un massiccio uso di ironia dissacrante.
New Orleans, con il suo crogiolo multi razziale, rappresenta uno scenario esemplare per raccontare una vicenda di questo tipo, che affonda le sue radici nella cultura sudamericana creola e, in generale, immigrata: in più di un’occasione traspare in modo più che evidente l’amore dell’autrice Jane Jensen verso questa città, sempre in bilico fra concretezza moderna e misticismo.

Gabriel discute con Mosely degli omicidi: il grasso detective ci sarà spesso di aiuto... inconsapevolmente.

È bene dedicare una sezione a parte all’empatia che si instaura fra il giocatore e i protagonisti del titolo. Alla base della comunque ispirata trama (a essere onesti non la migliore della serie), c’è l’efficacissimo e profondo stile narrativo della Jensen, il quale pone particolare attenzione ai dettagli che rendono i personaggi più ‘umani’. Non una semplice mestierante, quindi, ma piuttosto una vera appassionata del racconto in senso stretto, che spesso svela uno stile più fumettistico che cinematografico, molto ben sposato con il linguaggio videoludico.
Gabriel, pur possedendo alcune simpatiche caratteristiche del classico antieroe (sempre disordinato, look casual da rispettare in ogni occasione, conto in banca praticamente nullo), non è un personaggio che cattura da subito il giocatore: il suo fare da latin lover con il gel continuamente a portata di mano, il suo aspetto inevitabilmente affascinante e le sue frecciatine insistenti al più sfortunato Mosely appaiono divertenti ma possono anche sfociare in una leggera antipatia nei suoi confronti.
Nel corso della storia, Gabriel apprende che la sua famiglia è stata in passato legata a un oscuro affare voodoo che in qualche modo si ricollega agli omicidi di New Orleans. Quando suo malgrado è costretto a fare i conti con un destino che sembra averlo condannato a combattere le forze demoniache e sovrannaturali (come ‘Schattenjager’, ‘Cacciatore di Ombre’ in tedesco), la sua personalità si evolve sotto i nostri occhi: Gabriel si innamora, soffre e vive momenti di sconforto quando è posto di fronte a poteri che una persona pratica come lui sente di non poter vincere. È impossibile non affezionarsi quindi a questo giovane, smarrito e confuso, in lotta con forze molto più grandi di lui, con la determinazione di chi sa che non ha altra scelta se non quella di affrontare direttamente le proprie paure ed è costretto a migliorarsi per riuscirci. Il suo è un percorso interiore ed evolutivo assai credibile, che regala all’avventura una dimensione in più.

La schermata dei dialoghi pone l'attenzione ai volti dei personaggi. Qui Gabriel discute con Grace.

Non sono da meno gli altri personaggi: la secchiona e sfacciata Grace (qui in un ruolo da comprimaria o poco più), attratta segretamente da Gabriel ma decisa a non darla vinta al suo ego e alla sua scarsa considerazione dei sentimenti altrui; il grasso detective Mosely, vecchia conoscenza di Knight ma assai più disilluso e meno arguto dell’affascinante amico; l’ambiguo e severo Dr. John, proprietario di un museo del voodoo e fiero difensore della religione, da lui considerata assolutamente inoffensiva; la ricchissima Malia Gedde, conscia del suo ruolo ferreo nella società ma ugualmente disposta a rischiare per amore di Gabriel. Ben costruita e molto affascinante (anche se forse poco sfruttata) è, infine, la figura di Wolfgang Ritter, ultimo degli Schattenjager, la cui prima – improvvisa – apparizione è ottimamente piazzata.
In generale, la narrazione della saga di “Gabriel Knight”, così intensa e curata, rappresenta certamente uno dei picchi assoluti del genere delle avventure grafiche.

La mappa di New Orleans ci permetterà di spostarci facilmente lungo le varie zone della città.

L’eccellente storyline è ben sostenuta da enigmi sempre molto logici e interessanti. È anche garantita la varietà, con sezioni a tempo, brevissimi momenti arcade, brevi traduzioni e diverse situazioni di pericolo di morte che arricchiscono puzzle classici, costituiti in special modo da manipolazioni di inventario e lunghi dialoghi coi personaggi secondari.
L’accesso a molte locazioni fin dal primo minuto di gioco provoca un iniziale spaesamento, ma dopo poco si sviluppa la totale padronanza delle aree di New Orleans. Gli enigmi possono essere risolti nell’ordine che si vuole, mentre un buon sistema di divisione in ‘giorni’ provvede a garantire la linearità necessaria allo svilupparsi della trama che – comunque – non si svolge unicamente negli Stati Uniti, e l’inaspettata varietà di location non fa che rendere il titolo più dinamico.
Come tradizione Sierra, esiste un ‘punteggio’ dei nostri progressi che si incrementa quando si compie un’azione utile (alcune di esse avranno come scopo solo l’acquisizione di dettagli più o meno ininfluenti.
Vanno segnalati comunque un paio di enigmi forse un po’ troppo ostici: perfino in questi casi, però, la loro risoluzione appare ugualmente sensata e logica.

Un'oscura cerimonia voodoo viene magistralmente rappresentata grazie ad un ottimo esempio di filmatino di intermezzo in stile comics.

Graficamente, “Sins of the Fathers” appare più che adeguato: la vecchia pixel-art si inserisce efficacemente all’interno dei discreti fondali; numerose le animazioni (anche se non particolarmente fluide) e di buona qualità i brevi filmati di intermezzo, il più delle volte realizzati con l’ausilio di vignette semi-statiche, come a confermare l’approccio fumettistico della Jensen.
Particolare menzione va al sonoro. Innanzitutto, nella versione CD del gioco le voci sono ottimamente doppiate (in inglese) da un esemplare cast, che comprende il tono profondo ma irriverente di Tim Curry (l’incredibile alieno de “The Rocky Horror Picture Show”) nel ruolo di Gabriel, il rodato e sempre affidabile timbro camaleontico di Mark Hamill (l’indimenticabile jedi Luke Skywalker nell’originale trilogia di “Star Wars”) nella parte di Mosely, e l’attrice tv Leah Rimini (Carrie nella longeva sit-com “The King of Queens”, in onda in Italia solo sui canali satellitari) nei panni di Grace. Eccessivamente sarcastica la voce della ‘narratrice’ (ennesimo clichè Sierra): svolge generalmente bene la funzione di didascalia, ma spesso i suoi interventi appaiono così fuori luogo da lasciar crollare momentaneamente la sospensione dell’incredulità.
Veramente interessante la partitura musicale, composta da Robert Holmes (marito della Jensen), con una serie di ottimi brani tematici (fra cui il tema principale di Gabriel e quello di Wolfgang Ritter) la cui qualità viene purtroppo attenuata dall’età: la campionatura adottata, che prevede l’utilizzo di strumenti midi, attenua infatti l’impatto globale.
Gli effetti sonori, invece, risultano appena sufficienti. Per finire, il volume dell’audio può creare qualche grattacapo a causa di un setting di default non ottimale: la configurazione manuale viene in soccorso, ma purtroppo il programma non registra le modifiche, costringendo ogni volta a ripetere l’operazione.

In Germania, Gabriel dovrà affrontare da solo il suo retaggio.

L’interfaccia rappresenta, probabilmente, l’unico punto in cui “Sins of the Fathers” non eccelle particolarmente. Ancorato agli standard Sierra, il gioco fa uso della già allora un po’ antiquata interfaccia a icone, che rende macchinosa qualsiasi operazione anche a causa di un numero eccessivo di ‘verbi’; in più, la struttura dell’inventario risulta essere un tantino pesante. Ottima invece l’introduzione di un ‘registratore di dialoghi’, che permette di riascoltare le conversazioni in qualsiasi momento.

 

 

Con le informazioni accumulate, dovremo creare un messaggio in codice: uno degli scogli maggiori dell'avventura.

Gabriel Knight: Sins of the Fathers” è un caposaldo del genere, un’opera adulta capace di appassionare ed emozionare per tutta la sua durata. È la potente dimostrazione di maturità di un mezzo troppo spesso sottovalutato.

     

La citazione:
(Gabriel convince una riluttante Grace a disegnargli un tatuaggio di un serpente sul petto)
Grace: Possiamo almeno andare nel retro?
Gabriel: (voce suadente) Certo ma… potresti dirlo ancora una volta… e sporgendo di più le labbra?
Grace: (stizzita) Uggg!!!
(Grace se ne va nel retro, lasciando Gabriel solo)
Gabriel: Cosa ho detto?
(Poi, Gabriel la raggiunge)
Grace: Va bene. Forza. La maglietta, per favore.
Gabriel: Non immagini quanto a lungo ho atteso questo momento.
Grace: VAI.
(Gabriel si toglie la maglia e Grace comincia a disegnare)
Grace: Stai fermo.
Gabriel: (sempre con voce sexy) Magari potresti legarmi.
Grace: Solo un altro commento, e me ne vado.
(Dopo poco, Grace ha completato l’opera)
Grace: Fatto. E’ proprio uno schianto.
Gabriel: Scusami se è durato così poco.
Grace: (mentre va via) Beh, era quello che mi aspettavo da te.

 

Nota: Ho giocato a “Gabriel Knight: Sins of the Fathers” in lingua italiana grazie all’ottima patch di traduzione amatoriale scaricabile qui. Il lavoro svolto è eccellente (anche il titolo è stato tradotto: “Gabriel Knight: Le Colpe dei Padri”), a dispetto della complessità dell’opera originale e nonostante un paio di enigmi nient’affatto semplici da adattare. Segnalo anche dei simpatici ‘contenuti speciali’, accessibili dal sito ufficiale tramite una password che verrà consegnata al termine del gioco.

Alcune edizioni del gioco includevano anche una graphic novel (32 pagine a colori) scritta da Jane Jensen e ambientata durante la fine del ‘600, che racconta la storia di Tetelo e dello Schattenjager (Gunter Ritter, l’avo di Gabriel) che si innamorò di lei. La versione tradotta dell’albo è scaricabile gratuitamente attraverso il sito relativo all’adattamento italiano.

La versione CD contiene anche un interessante making of del gioco.

Segnalo infine l’adattamento romanzato dell’avventura, scritto sempre dalla Jensen, ordinabile (purtroppo solo in inglese) su Amazon.

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Categories: videogiochi

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