Blackwell Unbound

New York, 1973. Lauren Blackwell è una medium che possiede l’abilità di vedere i fantasmi di coloro i quali, per qualche ragione, sono ancora bloccati nel mondo ‘terreno’. Dopo aver invitato – e, spesso, obbligato – le anime ad affrontare le loro pene, Lauren può condurle nel vero aldilà grazie all’aiuto di Joey Mallone, il suo spirito guida.

A un anno di distanza da “The Blackwell Legacy”, Dave Gilbert torna con un nuovo episodio della serie che, originariamente, avrebbe dovuto essere parte integrante – sottoforma di flashback – del sequel diretto, “Blackwell Convergence”. Ragioni strettamente economiche unite a esigenze narrative (il progetto rischiava di diventare troppo grande) hanno poi convinto l’autore a mettere insieme i pezzi dei vari flashback realizzando un’avventura del tutto nuova, prequel del gioco originale.
Blackwell Unbound” (2007, Wadjet Eye) ha come protagonista la zia di Rosangela (l’eroina per caso di “The Blackwell Legacy”) e il suo rapporto con lo spiritello Joey, guida e tormento delle femmine della famiglia Blackwell.

Se si lascia Lauren inattiva, la vedremo accendersi automaticamente l’ennesima sigaretta. Notare l’appartamento disseminato di posaceneri.

A prima vista risulta evidente come sul fronte grafico la serie abbia fatto un passo indietro. Lo stile rètro questa volta non riesce a coprire adeguatamente la povertà tecnica, mostrando ambienti davvero tirati via (nonchè, spesso, prospetticamente errati) e sprite non sempre convincenti (in più sono stati aboliti i primi piani durante le conversazioni). Sebbene le animazioni dei personaggi restino di buon livello, l’aspetto generale si assesta su livelli mediocri e una consapevole scelta stilistica (comunque improbabile) non basta a giustificare la carenza di atmosfera e di personalità delle locazioni.

In compenso, la scrittura è ancora di ottimo livello. Intelligente l’idea di tratteggiare la protagonista (rappresentata come una chain smoker) in modo opposto rispetto a quanto fatto nel titolo precedente: Lauren è un personaggio estremamente più cinico e sicuro di sè rispetto alla nipote, e tale approccio si ripercuote nell’interessante rapporto con Joey. Il simpatico spirito guida manifesta infatti una forma di rispetto e un trattamento alla pari che lascia anche intendere un interesse di tipo sentimentale nei confronti della ragazza.

La mappa di New York per muoversi nei vari ambienti è anche l’occasione per osservare una visuale suggestiva.

La trama lascia però da parte qualsiasi approfondimento riguardo alla ‘mitologia’ della famiglia Blackwell, concentrandosi su due casi separati ed evitando qualsiasi progressione nella continuità narrativa: ciò rischia di far apparire “Unbound” come poco più di un filler della serie. Esiste in effetti una nuova introduzione (il personaggio della Contessa) ma il tentativo di incasellare la sua figura all’interno del background appare un po’ confuso e non del tutto riuscito.
I due casi – in pratica, due storie parallele – sono comunque più interessanti della breve vicenda affrontata nel gioco precedente e riescono in qualche maniera a essere anche emotivamente coinvolgenti nel trattare argomenti difficili come la perdita e l’asocialità.

Va anche menzionata la curiosa presenza di un personaggio realmente esistito, Joseph Mitchell, giornalista del New Yorker. Il suo inserimento ricorda l’utilizzo di Ludwig II in “Gabriel Knight 2” e in effetti lo stesso Gilbert menziona il gioco della Jensen come fonte d’ispirazione. La vicenda cerca di svelare,  in modo fantasioso, i misteriosi motivi secondo cui Mitchell avrebbe smesso di scrivere per circa trent’anni, pur presentandosi regolarmente in ufficio ogni giorno.

Il buon Joey può superare le pareti, e ciò gli consentirà di interloquire con un fantasma che ha deciso di barricarsi all’interno di un cantiere.

Dal punto di vista del gameplay, la breve esperienza di “Unbound” propone un buon bilanciamento fra trama ed enigmi, caratterizzato da una difficoltà medio-bassa che garantisce la fluidità dell’intreccio. Il più delle volte basta un dialogo a sbloccare la situazione (considerando però la qualità della scrittura, ciò non è un male), mentre altre volte bisogna ricorrere al bloc notes di ‘indizi’ già presente in “Legacy”. L’utilizzo del taccuino appare però meno indovinato che in precedenza: non solo il numero di indizi è estremamente ridotto (il che permette di combinarli fra loro in modo quasi automatico), ma alcuni elementi non vengono – inspiegabilmente – riportati in automatico da Lauren e costringono il giocatore a tenerne nota a mano per adoperarli nelle frequenti ricerche (da inserire via tastiera).
È stato anche sbloccato l’uso classico dell’inventario (non è ancora possibile combinare gli oggetti fra loro), ma la sua funzione resta comunque di secondo piano.

La Contessa è un personaggio volutamente sopra le righe, ma forse si è esagerato un tantino per quanto riguarda la caratterizzazione (anche dal punto di vista del doppiaggio).

Una novità è la possibilità di controllare attivamente Joey attraverso un pulsante di ‘switch’ sempre presente nell’interfaccia. Il coinvolgimento del sidekick ectoplasmatico dona una dimensione in più al gameplay e una certa varietà, sebbene le sue facoltà appaiano in qualche misura limitate (può attraversare porte e pareti ma è incapace di interagire con l’ambiente) e utili solo in un paio di occasioni.

Ottimo l’apparato sonoro. La colonna sonora appare molto migliorata rispetto a “Legacy” ed è costituita da brani jazz/blues che si addicono bene al mood malinconico (ma è ancora da rifinire la regolazione dei volumi); il doppiaggio di buon livello completa il quadro, benché siano ancora presenti alcune sbavature tecniche.

L’elenco telefonico permetterà a Lauren di scoprire nuovi numeri di telefono e indirizzi: la ricerca va effettuata inserendo il nome direttamente con la tastiera.

Blackwell Unbound” risente di un aspetto grafico carente e di una natura non indispensabile al background della serie. L’attenzione rivolta ai personaggi, alle singole vicende e al bilanciamento trama/gameplay lo pone comunque al di sopra della media e conferma l’abilità di Gilbert come autore.

     

La citazione:
Lauren: L’infinito. Mi è stato detto che è splendido, ma non mi sembra niente di speciale. Con la vita che faccio, molte cose diventano ordinarie. La vita. La morte. Le anime tormentate. È tutto uguale per me. A volte mi chiedo se ci sarà mai qualcosa che mi sorprenderà. Altre volte mi chiedo se davvero mi interessa.

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Categories: videogiochi

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